La rivolta dei Vespri Siciliani

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Quando le prime luci avevano appena cominciato a diffondersi sulle tenebre medievali, i siciliani avevano già ottenuto con le armi non solo varie libertà municipali, ma anche i rudimenti di un governo costituzionale, quale allora non esisteva in nessun altro luogo. Prima di ogni altra nazione europea, i siciliani stabilirono col voto il reddito dei loro governi e dei loro sovrani. Così il suolo siciliano si è sempre dimostrato letale per gli oppressori e gli invasori, e i Vespri siciliani restarono immortalati nella storia…

Marx Engels



Palermo – Chiesa del Santo Spirito

La parola “vespro” indica letteralmente l’ora del tramonto. Quello dei Vespri Siciliani è l’evento storico avvenuto verso la fine del XIII secolo in cui la Sicilia si rese indipendente dall’occupazione angioina. Non si era mai visto, nella storia di una Nazione, un intero popolo sollevarsi contro i propri colonizzatori e lottare per novant’anni per ottenere e mantenere la propria indipendenza. Dopo la morte di Corrado, la sconfitta di Manfredi a Benevento e la decapitazione a Napoli del pericoloso pretendente svevo Corradino nell’ottobre del 1268, il Regno di Sicilia era stato definitivamente assoggettato al sovrano francese Carlo I d’Angiò, già incoronato re di Sicilia da Papa Clemente IV. In Sicilia la situazione si era fatta particolarmente critica per una generalizzata riduzione delle libertà baronali e, soprattutto, per una opprimente politica fiscale. L’isola, da sempre fedelissima roccaforte sveva, era ora il bersaglio della rappresaglia angioina. Gli Angiò si mostrarono insensibili a qualunque richiesta di ammorbidimento ed applicarono un esoso fiscalismo, praticando usurpazioni, soprusi e violenze. I siciliani trattenevano a stento l’irritazione per il governo dei francesi. Dante, che nel 1282 aveva solo 17 anni, nel VIII canto del Paradiso indicherà come “Mala Segnoria” il regno angioino di Sicilia. Nell’instabile panorama politico della fine del XIII secolo, la rivolta siciliana innescherà nel Mediterraneo un vero e proprio conflitto internazionale: da una parte Carlo I d’Angiò, sostenuto da Filippo III di Francia e dai guelfi fiorentini, oltreché dal papato; dall’altra Pietro III d’Aragona, appoggiato da Rodolfo d’Asburgo, da Edoardo I d’Inghilterra, dalla fazione ghibellina genovese, dal conte Guido da Montefeltro e da Pietro I di Castiglia, oltreché, più tiepidamente, dalle Repubbliche marinare di Venezia e di Pisa.

Tutto ebbe inizio a Palermo la sera del lunedì dell’Angelo del 30 marzo 1282, all’ora del vespro, sul sagrato della Chiesa del Santo Spirito. A generare l’episodio fu – secondo il cronista medievale Bartolomeo di Neocastro, testimone oculare – la reazione al gesto di un soldato dell’esercito francese, che si era rivolto in maniera irriguardosa ad una giovane nobildonna. Costui, con il pretesto di doverla perquisire per controllare che non fosse armata, allungò impropriamente le mani sotto le vesti della donna. La reazione a quel gesto sconsiderato fu tremenda. Uno degli uomini che accompagnavano la donna si scagliò contro il soldato, gli sottrasse la spada e con la stessa lo infilzò a morte. Tale gesto costituì la scintilla che dette inizio alla rivolta. Nel corso della serata e della notte che ne seguì i palermitani – al grido di “Morte ai francesi!” – si abbandonarono ad una vera e propria caccia all’uomo che dilagò in breve tempo in tutta l’isola, trasformandosi in una carneficina. I pochi francesi che sopravvissero al massacro vi riuscirono rifugiandosi nelle loro navi, attraccate lungo la costa. Si racconta che i siciliani, per individuare i francesi che si camuffavano fra i popolani, facessero ricorso ad uno shibboleth, mostrando loro dei ceci «cìciri», nella lingua siciliana e chiedendo di pronunziarne il nome; quelli che venivano traditi dalla loro pronuncia francese (sciscirì), venivano immediatamente uccisi. All’alba dell’indomani, la città di Palermo si proclamò indipendente. La rivolta si estese subito a tutta la Sicilia. Dopo Palermo fu la volta di Corleone, Taormina, Messina, Siracusa, Augusta, Catania, Caltagirone e, via via, tutte le altre città. Successivamente, gli insorti richiesero il sostegno del pontefice, Papa Martino IV, affinché appoggiasse l’indipendenza dell’isola e la patrocinasse; tuttavia, il pontefice era stato eletto al soglio papale grazie all’appoggio dei suoi connazionali francesi e pertanto non accolse le richieste degli isolani, bensì appoggiò l’azione repressiva degli angioini.

Famoso simbolo di quella lotta divenne il termine «Antudo!», una parola d’ordine usata dagli esponenti della rivolta. La parola “ANTUDO”, è l’acronimo di “ANimus TUus DOminus” che significaIl coraggio è il tuo Signore. Il 3 aprile 1282 veniva adottata la bandiera giallo-rossa, con al centro la triscele (meglio conosciuta con il nome di trinacriae che diverrà il vessillo di Sicilia. La bandiera venne formata dal rosso di Corleone e dal giallo di Palermo a seguito di un atto di confederazione stipulato da 29 rappresentanti delle due città. Antudo fu scritto anche nel vessillo. 

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